Un articolo di approfondimento rileva che in Italia la cybersicurezza resta spesso una “lista di controllo” annuale piuttosto che un approccio organico, nonostante i dati mostrino una vulnerabilità elevata e crescente.
Secondo l’analisi, le organizzazioni italiane (pubbliche e private) conoscono le misure, ma faticano ad applicarle con continuità: aggiornamenti software, formazione del personale, pianificazione della risposta agli incidenti risultano deboli. Il risultato è che il Paese appare ben posizionato nei ranking ma poco resiliente nel concreto.
La notizia mette in luce anche come il divario fra chi attacca e chi difende si stia ampliando: i criminali investono in automazione, IA generativa e infrastrutture di attacco, mentre molte imprese italiane restano ancorate a logiche reattive.
Per l’Italia, è un monito: non basta dichiarare la sicurezza, serve implementarla, testarla, mantenerla. La competitività e la continuità operativa del Paese dipendono anche dalla capacità di difendersi nel cyberspazio.